Il sito di Mauro Ferrari



La poesia su cui va a chiudersi il nuovo libro di Mauro Ferrari presenta una caratteristica che colpisce per la sua eccezionalità, un caso pressoché unico – a mia memoria – nel panorama poetico contemporaneo. In essa sono infatti presenti i titoli delle cinque raccolte finora pubblicate dall’autore: Forme (1989), Al fondo delle cose (1996), Il bene della vista (2006); Vedere al buio (2017); La spira (2019). Così bene integrati nel tessuto dei versi, da rischiare l’invisibilità; ma così squillanti nella loro sequenza (che rispetta, con la sola inversione dei primi due titoli, l’ordine cronologico), da costituire una chiave interpretativa dell’intero libro, quasi Ferrari volesse invitare il lettore a retrocedere nelle raccolte precedenti, o meglio ancora a considerare tutta la sua produzione entro una prospettiva unica, di cui Seracchi e morene costituisce l’ultimo tassello: non c’era modo migliore per sottolineare la coerenza, di pensiero e di linguaggio, che sta al fondo di tutta la sua opera.
Un’opera per altro tormentata, scossa da un continuo travaglio creativo, pervasa costantemente dal sereniano soffio del dubbio, come testimonia il fatto che parte della seconda e della terza raccolta siano confluite, ma con tagli ed esiti espressivi diversi, nell’antologico Libro del male e del bene (2016), che la versione de La spira che qui leggiamo sia il risultato di un quasi trentennale lavoro di scavo e di pensiero, e che da sempre l’autore abbia voluto accompagnare la sua poesia con interventi, saggi, riflessioni e note di poetica. (Dalla Prefazione di Giancarlo Pontiggia)
Facendo urtare l’idea del bene e del giusto con le desolate immagini del nulla, Mauro Ferrari ha scritto il suo libro più difficile e coraggioso: il libro di chi non vuole distogliere lo sguardo dal vero delle cose, ma nemmeno rinunciare ai valori di memoria e di pietà su cui si regge il nostro vivere civile. Su un orizzonte di venti e di piogge non benigne, lungo rotte ignote, in un mare che non dà segni, nello scorrere disperso dei giorni, sono gli esseri più fragili e indifesi a offrire un’immagine di forza morale, come il soffione di una memorabile poesia che chiede ragioni, esige risposte. È questa «la gloria e lo sgomento di vedere al buio» di cui si parla nella chiusa: il bene di una parola estirpata al male della vita, in cui continua ad ardere un fuoco di affetti e di nomi, prima che evaporino per sempre. (Giancarlo Pontiggia)
Questo poemetto, dedicato “Alla mia generazione”, contiene diversi riferimenti alle esperienze vissute da chi è nato tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta; vi sono inoltre diversi riferimenti topografici e non solo alla zona del Novese. Il lavoro ambisce però a rappresentare, secondo i modi della poesia, una riflessione più ampia, che coinvolge le generazioni (almeno tre) dei nati dopo la Guerra, forse le prime della storia umana ad avere vissuto un così lungo periodo di pace (almeno relativa) e a cui poteva essere demandato non solo il compito – oggettivamente in parte riuscito, anche se a caro prezzo – di migliorare le “condizioni oggettive di vita”, ma anche e soprattutto quello di dar corpo a ideali che sono invece pian piano sfumati, tanto che quelle stesse generazioni sono probabilmente le ultime ad avere coltivato ideali utopici – con affetto, rabbia e molta ingenuità. Il presentimento di una tempesta che si avvicina mi sembra una logica conseguenza di questi fattori. (Dalla Nota dell'Autore)
